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Colombaro è la frazione di Corte Franca più vicina al Monte Alto. Le pendici del monte sono solcate da quattro piccole valli, percorse da torrenti. Da sud a nord si trovano la Valle di San Michele, la Valle di Forno, la valle di Boccanigo (o Boccaglio) e la Valle di Santa Maria. Le acque delle prime due valli (San Michele e Forni) si raccolgono nella zona delle Pissine (più o meno nella zona a sud di Via S.Afra e a est della strada per Nigoline), mentre anticamente alimentavano un fiume che scorreva al posto dell'attuale via S.Afra..
Il catasto Napoleonico mostra il paese diviso in due parti: il cortivo del castello era l'unico nucleo compatto, mentre il resto del paese presentava un'urbanizzazione solo lungo le vie.
In via Don Minzoni c'è una torre del 
‘400 (ora trasformata in abitazione) e anche altre case nelle strade adiacenti mostrano tracce antiche, ma sono difficili da vedere per le trasformazioni avvenute nei secoli.
Castello (Curtif)
Dell'insieme di case che formavano il piccolo “castrum” (castello) rimangono ancora oggi alcuni inequivocabili segni della sua esistenza (muri a vista di medolo squadrato, finestre con strombatura, una casa con base circolare e un'altra di forma trapezoidale, la torre che si trova sul lato nord della valletta...)
Non è stato possibile sapere con precisione a quando risalga l'edificazione del castello, ma di certo si sa che:
    Il castello non aveva una vera e propria cinta fortificata, ma era un insieme di vari cortivi chiusi delimitati da un torrente a nord (che scorreva al posto dell'attuale via Castello, è lo stesso che continuava nell'attuale via S.Afra) e allineati a sud. All'incrocio della strada per Nigoline (l'attuale via Nazario Sauro) con via Castello è ancora visibile una feritoia archibugiera, alta e strettissima, tranne in un punto che serviva per far passare l'archibugio.
    Le stradine secondarie interne, con andamento prevalente nord-sud sono strettissime e conservano tracce dei portali in pietra che le chiudevano.
    La parte alta del castello è stata stravolta da interventi recenti. Nella piazzetta c'era un pozzo usato per attingere acqua, che negli anni 
    '20 o '30 del XX secolo ha causato un'epidemia di tifo con alcuni morti. Per scongiurare altri futuri problemi, il pozzo è stato chiuso e al suo posto è stata costruita una santella dedicata a S.Annaper proteggersi dalle malattie.
    Il lato nord della piazzetta è occupato da un edificio massiccio, originariamente senza aperture (quelle attuali sono posteriori), con intonaci del 
    '300. Faceva parte di un antico cortivo. La torre originariamente era più alta di quanto non lo sia oggi: lo si deduce perché l'attuale falda del tetto taglia a metà un'antica feritoia ormai chiusa).
    La parte bassa del castello (con edifici del 
    '300) si sviluppa intorno a Palazzo Barboglio
    Palazzo Lana Barboglio
    Antico palazzo Lana, l'ultimo proprietario era Giacomo Ragnoli (pilota automobilistico che ha partecipato a ben 14 edizioni della Mille Miglia, terminandone nove); dopo la sua morte è passato agli eredi che non l'hanno più curato e l'hanno messo in vendita. I nuovi acquirenti negli anni '10 del XXI secolo hanno ristrutturato completamente l'edificio.
    La facciata principale del palazzo è di fronte all'inizio di via Zenighe, mentre l'antico brolo era delimitato dalle attuali via Manzoni, via Garibaldi e via Astolfo Lunardi.
    Il portone principale è sulla prosecuzione verso sud di via Zenighe. La prosecuzione dell'asse attraversa l'androne, la torre e sul vecchio muro di cinta, lato sud (sull'odierna via Garibaldi), termina con il 
    Santelù (Santellone, in dialetto bresciano), una santella con un affresco dell'Annunciazione di metà del '600 che mostra tra l'altro come due offerenti un Lana e sua moglie. Il pavimento originale era più basso di circa un metro, e oggi la parte inferiore dell'affresco si trova sotto il livello dell'attuale pavimentazione. La parte più meridionale del vecchio brolo è stata urbanizzata, per cui il Santelù oggi si trova in un giardino privato.
    Il corpo principale del palazzo è del 
    '600; ad ovest (verso via Manzoni) ci sono i rustici e - sull'angolo nord ovest - la chiesa della Madonna di Tirano, costruita nel 1683 per la moglie di Guerriero II Lana, una Quadrio di Tirano. La chiesa nel 2010 era in stato di totale abbandono, con il pavimento coperto da dieci centimetri di guano. Ci sono tracce degli affreschi originali, in pessimo stato.
    Ad est del corpo principale (verso via Fornaci) c'è un'ala 
    settecentesca il cui interno non era mai stato completato prima della ristrutturazione degli anni '10: c'era solo un solaio tra il piano terra e il primo piano, ma non c'erano divisioni interne e il resto era tutto libero. Una leggenda narra che questa ala non sia mai stata completata prima per colpa di un fantasma che disturbava i lavori.
    Sotto l'androne si aprivano quattro portali, due per lato. Dei due verso la parte 
    seicentesca del palazzo, uno porta in una sala con un camino su cui è raffigurato lo stemma Lana con le aquile imperiali in seguito ad onorificenze militari. Anni fa c'era uno spiedo meccanico a contrappeso del XVIII secolo, ma è stato rubato.
    Le altre sale contenevano alcune coppe vinte da Giacomo Ragnoli, armi spagnole e altri oggetti molto diversi fra loro. Le stanze erano decorate, ma Fausto 
    Lechi[3] ne parla male, dicendo che sono fatte senza stile e proporzione.
    La Torretta aveva un passaggio che la attraversava e portava nel brolo. Sui muri alla sua destra e sinistra erano dipinte le gesta di Guerriero II Lana, che dal 
    1680 era un ufficiale dell'esercito Asburgico. Si dice che abbia partecipato alla difesa di Vienna durante l'assedio del 1683. A destra è raffigurato il conte a cavallo con la spada, alla guida dell'esercito, mentre a sinistra ci sono i turchi in fuga. Purtroppo l'affresco era in pessimo stato di conservazione a causa del totale abbandono: nel 1970 era ancora visibile, mentre prima della ristrutturazione la parte di sinistra è completamente scomparsa e quella di destra è visibile solo molto parzialmente.


    La riserva naturale Torbiere del Sebino è una delle riserve naturali regionali istituite dalla regione Lombardia. È stata dichiarata "zona umida di importanza internazionale" secondo la convenzione di Ramsar
    Le Torbiere del Sebino d'Iseo si trovano in un territorio paludoso a sud del lago d'Iseo, a 185 m sul livello del mare e si estendono per una superficie di circa 350 ettari entro i limiti dei territori comunali di IseoProvaglio d'Iseo e Corte Franca, in provincia di Brescia. È un'area composta prevalentemente da canneti e specchi d'acqua circondati da campi coltivati da agricoltori locali. Nello specifico comprendono:

      A seguito della comparsa del lago d'Iseo, avvenuta sul finire dell'ultima era geologica, il Quaternario, compresa fra settantamila e diecimila anni fa e del progressivo ritiro delle acque, nella zona a sud del Sebino rimase una depressione paludosa intermorenica caratterizzata da distese acquitrinose, che più avanti vennero chiamate Torbiere. Con il trascorrere dei millenni l'abbondante vegetazione cresciuta permise la crescita di uno spesso strato di torba, il quale andò via via sostituendosi all'acqua trasformando la zona in un'estensione di prati umidi, che venivano usati solamente per la raccolta di erbe da fare seccare e con cui poi impagliare le sedie.
      Alla fine del Settecento, con la scoperta che la torba, una volta essiccata, aveva una resa calorica superiore alla legna, anche se inferiore al 
      carbone, e con l'avvento delle prime attività industriali legate alla seta, iniziò l'estrazione massiccia della torba da utilizzarsi come combustibile nelle filande di Iseo e come combustibile per uso domestico. Fu però dalla metà dell'ottocento che iniziò lo sfruttamento del giacimento in modo massiccio quando, più precisamente nel 1862, il consorzio torinese "Società Italiana Torbe" acquistò la maggior parte delle Torbiere.
      La 
      torba divenne col passare degli anni un materiale prezioso per l'economia della zona dato che era in grado di sostituire quasi completamente l'utilizzo del carbone, per il quale l'importazione era fra l'altro molto costosa. Prima dell'avvento del petrolio e dell'energia elettrica veniva infatti utilizzata per molteplici scopi: nelle filande, nelle fornaci, come uso domestico per riscaldare le abitazioni e in alcuni casi veniva utilizzata anche per alimentare i treni della Ferrovia Brescia-Iseo-Edolo fino alla prima guerra mondiale.
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      Foto del Territorio