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Quando l’ultimo basso chiarore della sera si arrese alla notte, la folla si assiepò in uno slargo per assistere alla suonata dei balarì in cerchio, l’Ariosa. L’attesa era spasmodica. Il Carnevale folle e cupo, comico, libero, abbondante, il trionfo della verità delle cose davanti al potere, le risa allegre, i motti sbeffeggianti e insieme gioiosi, la festa della vita e della morte vista dal popolo, senza barriere di titoli e cariche, dove balarì, sonadùr e màscher erano diversi solo per le maschere in volto – le une in tela color avorio, prive d’espressione, le altre beffarde e di vecchi rugosi – stava per raggiungere l’apice…